Emanuele Maggio

Novità / Dandy, casual, classico Se l’abito fa l’artista

Dandy, casual, classico Se l’abito fa l’artista

Intellettuali allo specchio. Plessi: «Il nero rispecchia le mie opere». Bugaro: «Jeans, così proseguo l’adolescenza»


C’è chi lo fa ma non lo dice. Vuol far credere sia casuale, frutto di uno sguardo distratto, vagamente annoiato. Dice che la moda è un modo e niente più. Altri, più al passo coi tempi, la moda la seguono e la indossano. Per loro l’abito fa il monaco. Altri ancora, orfani dell’ideologia, indossano uno stilista come Petrarca l’alloro. Tronfi e compiaciuti. Quanto tempo intellettuali ed artisti trascorrano davanti allo specchio non ci è dato sapere. Certo è che per molti si tratta del secondo lavoro se non del primo. Lo si vede in televisione, lo si capisce dalla fotografia sul retro di copertina, lo si sospetta aggirandosi per il blog d’autore. E del resto non è che chi scrive il Taccuino di un vecchio sporcaccione possa poi presentarsi azzimato e impomatato in Versace, come non ci possiamo immaginare l’autore del Grande Gatsby con un buco nel calzino. L’idea va indossata prima ancora di pensarla.

Oggi più di ieri. Così Tinto Brass, se da un lato è convinto che un artista «non segue la moda, casomai la detta», dall’altro ricorda con ironia come Nanni Moretti si sia presentato al Festival di Venezia in un impeccabile smoking che faceva a pugni con le sue parole di un tempo. Lui, il Tinto Brass, d’inverno si veste sempre allo stesso modo: giacca di fustagno altoatesina, pantaloni di velluto, camicia nera e cravatta rosa o fucsia. E come lui, ci tiene a sottolinearlo, c’è soltanto lui. Non è da meno Fabrizio Plessi, video artista noto in tutto il mondo: «ognuno indossa le sue caratteristiche. Io coerentemente vesto sempre di nero, il che, va da sé, è in stretta relazione con la logica e la serietà del mio lavoro. Del resto il nero è anche il colore più colorato che conosca. E se qualcuno pensasse, Plessi è sempre vestito allo stesso modo, sappia che s’inganna: ho decine e decine di giacche e di tutto il resto dei più svariati tessuti». Per scrittori e poeti invece o almeno per alcuni di loro, non è sempre così. «La mia esperienza è che comunque ognuno si travesta un po’ - afferma Giuliano Scabia - perchè la scrittura rivela un teatro.

Il teatro dello stare con le muse. E dunque chi mai sa dov’è l’anima?». Del resto, chiosa, «come si vestiva Orazio, come si vestiva Catullo, Saffo ? La bellezza dell’uomo è la sua cosmesi». Nel suo guardaroba non manca «un mantello per quando vado a fare il cavaliere». Un disinteresse simile mostra Paolo Ruffilli, poeta di gran fama e meritata, nato a Rieti ma trapiantato a Treviso più di trenta anni fa. Per lui l’anima mal sopporta travestimenti (e però dal suo blog occhieggia un uomo in camicia di bellezza austera, seduttivo nello sguardo dalla bella barba bianca). E se Giulio Mozzi ritiene che la corrispondenza tra scrittura e apparenza non sia affatto rintracciabile nel vestito quanto piuttosto nella voce, «una cosa che si può ascoltare come altre cose si guardano. Tanto è vero che parlo come un libro stampato. A volte come un libro inedito», Vivian Lamarque arriva ad invidiare il suo gatto Ignazio che «si alza dal letto già bello e vestito». Sì, certo, riconosce che a volte sia anche divertente vestirsi , ma lavorando in casa, l’unica civetteria che si concede è lo «lo smalto sulle unghie: rosa o bianco d’estate, rosso come le bacche d’inverno». Anche se poi, quasi a ritrattare, per uscire se lo leva o mette i guanti, perché «mi vergogno». E comunque le sue poesie sono simili al suo abbigliamento: «elementari, ma con qualche nota di colore e dissonanza».

Di tutt’altro tenore Romolo Bugaro per il quale il vero problema «è uscire dall’adolescenza. A dire il vero infatti mi vesto per proseguirla ad oltranza, nonostante l’ingiuria degli anni. L’adolescenza è il mio abito mentale. E dunque jeans. Jeans sopra ogni cosa». E aggiunge che, come diceva Cioran, «se alla fine di una lettura non abbiamo una minima curiosità per l’autore, il libro è fallito». È ovvio dunque che intenda presentarsi bene, quantomeno un bel giovane. E che così debba essere lo conferma anche Simonetta Greggio, padovana in terra di Francia, che prova sempre ad assomigliare a quanto scrive («come Saviano, che non vorremmo certo diverso»). In terra gallica, dove giovani scrittori «malconci e malvestiti indossano ancora calzini corti orribili a vedersi», sono infatti le donne le più conseguenti a quanto scrivono: spesso sexy, sempre interessanti. Nel guardaroba della Greggio trionfano jeans strappati, canotte, camicie bianche e All star. Un guardaroba per cervelli liberi e gambe lunghe ? «Certamente». Come volevasi dimostrare.

Fonte: Corriere.it